Estratti da articoli

[...] Mentre fino a venti anni l'artista godeva quasi esclusivamente di un dono naturale, appena educato e contenersi e ad espandersi nella felice interpretazione della realtà, in specie per una sorgiva attitudine grafica con risultati di indubbia concretezza e sicurezza figurativa, col progredire degli studi umanistici Restuccia ha lasciato ogni virtù manuale in omaggio ad una meditazione che si potrebbe ascrivere nell?area post moderna; ma già questa area così larga, mi si permetta il bisticcio, sta stretta al pittore.
Intanto ognun vede subito che "l'anacronismo" delle visioni le cui fonti provengono da molto lontano e da svariati fiumi, i manieristi del Cinquecento, Böcklin, Sartorio, i surrealisti, non è per nulla un alibi per il gioco, una polemica per bollare l?attualità di convenzionalismo... D?altra parte non si potrebbe dire che il pittore circondi o vesta di scene mitologiche una sua autobiografia se sovente appare nei quadri in primo piano magari un po? sublimato in un laico Gesù Cristo, il viso smunto, la chioma corvina, fluente, gli occhi bassi, e par quasi che pensi l?umanità o  il sogno o la parabola circostante.
Più chiaramente ogni scena "classica" serve all?artista a rappresentare qualcosa come sul palcoscenico di un teatro: più che una confessione per interposti personaggi del Museo, Restuccia si impegna a una sorta di spettacolo. Ma nei gesti dei suoi nudi, nei suoi controluce, negli anfratti di favola e leggenda, nel mistero con cui il suo pennello riesce a carezzare la pelle di una donna, nulla concede al gioco, anzi alleffetto. Più cerca di spaziare nella composizione vestita di simboli, sorretta da ali d?angeli, centauri liberatori, ispiratrici materne, ninfe boschecce la cui nudità sembra scandirsi al di sopra del desiderio, più si manifesta trepidante, come un neofita all?antico rito dell?immaginario, come un mortale nel  mondo degli Dei.
Le sue acerbità, opacità di tessuto cromatico, la difficoltà con la quale ogni volta mi vien fatto di penetrare i suoi lavori eseguiti lentamente, quasi cupamente, presentano un loro fascino. Degli artisti "anacronisti" di mia conoscenza è senza dubbio il più singolare, il meno... manierista. [...]

Marcello Venturoli, La pittura di Restuccia un singolare post moderno, Roma 1996.

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[...] Restuccia esegue le sue opere con una tecnica degna di un pittore antico, con la meticolosa raffinatezza e la scrupolosa attenzione di chi vuole rappresentare la lucida esattezza e l'allucinato nitore dell'incubo. Per dare forma alle sue immagini e alle sue visioni, Restuccia riscopre iconografie medievali e rinascimentali, simboli archetipi e miti dimenticati, trovando segrete affinità con le opere di artisti come Böcklin e Sebastiano del Piombo, Klinger e Dürer, Burne Jones e Poussin.
I dipinti di Restuccia appaiono come la rappresentazione di un viaggio notturno, di uno sprofondamento nel mondo sotterraneo, dove sopravvivono le divinità ctonie che popolano e agitano i sogni.
Le vegetazioni dei suoi dipinti avvolgono figure femminili, simboli arcaici della Terra e della Notte; i boschi e le foreste, le radure e le piante, che si aprono sui centauri e sui fauni, si stringono attorno a Cibele e a Proserpina come inviolabili dedali d?ombra.
In quei meandri tenebrosi la Sfinge incontra Edipo già cieco; la regina dell'Ombra, la Signora dei Melograni, ci appare per comunicarci oscuri presagi.
Le ombre che attraversano le selve sembrano lentamente costruire dei santuari invisibili di oracoli ignoti, scavare degli antri segreti dove Sibille sfuggenti donano agli uomini una nuova chiaroveggenza. [...]

Lorenzo Canova, in Ombre, 1997.

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L?arte ha profonde radici nella storia e come una pianta rigogliosa ma sensibile ha bisogno di cure amorevoli e continue: questo sembra essere il messaggio che promana. [...]
Restuccia propone una pittura inquietante, densa di significati allegorici e innervata da una profonda malinconia.

Gabriele Simongini, Gallerie, in «Il Tempo», 3 dicembre 1997, p. 30.

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[...] La pittura e la scultura richiedono la capacità di domare, asservire e riabilitare le immagini, mentre il mondo attuale sembra volerne essere sopraffatto.
Ed è a questo punto che si avverte più intensamente la necessità chiarificatrice dell?atto creativo. Ma Dio creò l?uomo dalla terra, come a dire che l?artista non può creare del suo senza la materia. Si torna quindi a quella materia che altri hanno scambiato con l'essenza stessa dell'arte. Invece essa è strumento in mano al pittore o allo scultore e deve essere opportunamente ammansita, resa docile di fronte alle aspettative dell?artefice.
Da qui scaturisce nuovamente il senso dell'atto fabrile, riconosciuto come del tutto necessario nei "massimi  sistemi" della pittura. E di un pittore ora si vuole parlare, di uno tra i pochi ancora convinto che all'interno delle quattro mura del proprio studio si possa avviare un sempre nuovo percorso alchemico. La sublimazione avviene con gli strumenti tradizionali del pittore: la materia innanzitutto. La trasmutazione ha luogo nei termini dell'immagine, che su tale sentiero perde i connotati di frammento o cronaca del reale. Si perviene quindi a qualcosa di completamente opposto rispetto all'immagine intesa come "documento" o "oggetto" del quotidiano fluire.
L'immagine si concretizza per un sovrapporsi di concause, tanto che la dinamica complessiva di tale processo risulta solo parzialmente rilevabile e rivelabile. Ma pur qualcosa sulla natura dell'immagine può essere detto. Essa non testimonia un episodio, ma ha invece profonde radici nella cultura e nella coscienza storica individuale e collettiva. Questo perché la crescita e la maturazione di ciascun individuo avviene necessariamente all'interno del fitto tessuto connettivo delle relazioni sociali, o, per dirla più banalmente, dei rapporti con gli altri individui. L'artefice però è in grado di rivelare i meccanismi ed è il caso di Pasquale Restuccia. [...]
[...] Opere intese come tracce testimonianti, nella loro improvvisa apparizione, l'adesione e, forse ancora di più, l'appartenenza a una civiltà secolare o millenaria e sempre presente, anche quando posta all'ombra della modernità.
Restuccia non è un pittore ultraconservatore e al di fuori del suo tempo, ma piuttosto appare consapevole del collegamento, quasi  genetico, esistente con l'alfabeto di base espresso dalla civiltà culturale di provenienza. Gli uomini, le città, i popoli, i momenti della storia cambiano, ma comune e attivo rimane il nocciolo vitale di una civiltà, tanto da poter persino interagire con altre realtà.
Nel caso del nostro contesto storico-geografico il nocciolo in questione risiede senza alcun dubbio nella civiltà classica, in quel mondo che ha caratterizzato non solo la morfologia dell?antica romanità, ma anche la bimillenaria vicenda del Cristianesimo o gli esemplari avvicendamenti delle rinascenze, Rinascimento quattro-cinquecentesco incluso.
I parametri e gli elementi base della civiltà classico-occidentale sono costantemente presenti nel lavoro di Pasquale Restuccia, dove spesso il mito, l'allegoria e la metafora traducono i termini di un pensiero che ha sensibili diramazioni dal tronco della classicità. [...]

David Frapiccini, Le evocazioni classiche di Pasquale Restuccia, 2005.

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[...] catturate in giornate di luce chiara. Solide strutture incorniciate da eleganti fronde fuori del tempo e chiome lussureggianti, rigogliose degli alberi. Visioni di una Roma che confermano la sua vocazione per la tradizione classica, assecondata dall'uso di una tecnica che descrive con chiarezza prospettica e solidità architettonica i "Luoghi della sua pittura" e della sua immaginazione.

Fabiana Mendia, Le giornate di luce chiara nei pastelli di Restuccia in, «Il Messaggero», 8 marzo 2006, p. 46.

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[...] Di certo il pittore ha colto quei connotati dall'intima rimembranza di ambienti della terra calabrese a lui familiari. Però Restuccia non si è limitato a una mera trasposizione iconografica di paesaggi pur tanto cari, anzi di essi ha colto gli elementi archetipi, come per individuare l?aspetto primordiale di un universo dinamico e sempre in pulsione.
Un qualcosa di imponderabile permane sempre, come per ribadire l'assoluta necessità di aspirare consapevolmente a una remota saggezza del mondo, secondo un'attitudine del tutto umana. Ecco allora che in taluni casi la natura rievoca l'idea dell'antro, elemento inafferrabile connesso alla condizione arcaica dell'uomo, se non addirittura alla sua genesi nel grande progetto dell'esistenza. In sostanza si viene a concretizzare la morfologia di quel palcoscenico pietroso e talvolta arido, destinato ad accogliere in numerose altre occasioni gli uomini, le divinità, i centauri le classiche evocazioni architettoniche del mondo figurativo di Pasquale Restuccia. Attraverso questi paesaggi riconosciamo non tanto e non solo le origini calabresi di Restuccia, quanto piuttosto la genesi di una vocazione demiurgica e interpretativa, destinata verosimilmente a generare proprio a Rombiolo uno dei più alti risultati in tono epico.

David Frapiccini, Paesaggi: luce e morfologia, 2006.

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[...] Essere pittore significa officiare una nuova creazione, dopo quella di Dio che ha creato dal nulla. Il pittore ha bisogno della materia a cui dare un soffio vitale; la tecnica allora diviene linguaggio, è stile che lo individua. Non segue le mode Restuccia, ma gli impulsi che lo scuotono, i soggetti che lo perseguitano, le acquisizioni culturali a lui connaturate.
E? il mondo classico il suo mondo. Qui Restuccia ama sostare, evocando dimenticati miti, allegorie, metafore. Si inoltra tra verdi vegetazioni, fitti boschi, folte foreste, antri segreti con fauni e centauri. Gli appaiono sibille o Proserpina o Edipo. Fa rivivere così iconografie, simboli e archetipi medioevali e rinascimentali. [...]

Rocco Cambareri, Il Classicismo nella pittura di Pasquale Restuccia, in «Calabria ora»,  29 ottobre 2006, p. 25.

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Paesaggi dell'anima. Un ritorno alla memoria attraverso l'energia arcana dei luoghi. Un vissuto rappresentato con il linguaggio della pittura. Sono viaggi in un mondo trasfigurato dal tempo in cui è possibile leggere l'archetipo. Sono i luoghi che Pasquale Restuccia porta dentro con una sorta di alone mitico dipinti a cavallo con il nuovo millennio e che appartengono ad una storia antica e che identificano la rinascita, o meglio, l'origine del suo mondo, quello che il pittore di Rombiolo, con la sua creatività, ha tradotto con colori che hanno la stessa vibrazione della luce, della natura. [...]

Nicola Rombolà, I paesaggi dell?'anima nei dipinti di Restuccia, in «Gazzetta del Sud», 9 novembre 2006, p. 6.

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[?] Per quanto riguarda Restuccia, nel corso dell?incontro è stato posto l?accento sul suo grande talento naturale, perfezionato nel corso del tempo da studi approfonditi e attraverso numerose esperienze artistiche che gli hanno fatto acquisire una competenza che lo avvicina ai grandi artisti di ogni tempo e gli permette di realizzare con grande autorevolezza dipinti figurativi pervasi da eleganti atmosfere classiche e da un?espressione tersa, elegante e personalissima, che ne fanno un singolare interprete del linguaggio artistico post-moderno. Per realizzare il dipinto presentato a Rombiolo l?artista si è dovuto confrontare con tre difficoltà, che ha saputo risolvere in maniera brillantissima. La prima era una difficoltà di carattere tecnico, legata alle grandi e inusuali dimensioni del quadro, che nella sua verticalità gli ha imposto di lavorare su una serie di piani complessi interagenti tra loro dal punto di vista espressivo e dialoganti sul piano del significato, prova magnificamente superata grazie ad un approfondito e lungo studio della scansione figurativa nella quale inserire il complesso mosaico figurativo dell?opera, ma anche grazie all?uso di una tavolozza di colori di grande rigore e suggestione. Seconda difficoltà il contenuto: il titolo dell?opera è, infatti,?Gesti della memoria? e sono esattamente questi che Restuccia ha messo nella sua opera: le gesta eterne dei contadini, degli artigiani, delle donne, i giochi dei bambini, il senso dei luoghi, la religiosità, la natura rigogliosa e anche alcuni passaggi storici che hanno segnato le popolazioni di questo paese del Poro sia recentemente che nel lontano passato. Da sottolineare a questo proposito che le grandi ed eleganti figure in primo piano sono tutte contrassegnate da una casta ignudità, che vuole testimoniare l?astoricità delle stesse, e da un atteggiamento delle singole figure, composto e classico che le avvicina all?archetipo che devono rappresentare, e questo immette nell?opera un che di metafisico che permette a Restuccia di superare anche la terza difficoltà, quella cioè di evitare ogni retorica e convenzionalità nella rappresentazione, cosa questa non facile, considerato anche l?ufficialità dell?opera e la sua collocazione. Il risultato conseguito, che merita certamente un piccolo viaggio a Rombiolo per ammirarla con i propri occhi, è una grande pala d?altare laica, cme quelle realizzate in passato dai maestri della pittura, che erano capaci di rappresentare non soltanto un?iconografia biblica o evangelica, ma anche l?autentico sentimento religioso popolare; allo stesso modo Restuccia ha reso la religiosità della memoria e della grandezza umile della storia dell?uomo.

Gilberto Floriani, Se l'arte si pone al servizio della collettività, in «Calabria ora», 29 Febbraio 2008, p. 36.


Pasquale Restuccia è pittore, e nella sua classicissima visione dell'arte il pittore è pittore del vero. Le cose esistono, ed esistono le forme, vive soprattutto nell'occhio dell'artista. Case, alberi, paesaggi, animali, uomini, ma anche miti e sogni sono dipinti da Restuccia secondo un modello realistico che si ricollega ai canoni rinascimentali, fatto di colore, di volume e di composizione.

Andrea Bonavoglia, "Arte in cattedra, 1998-2008", Gangemi 2009, p. 147




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